Il messaggio per la Giornata della Commedia dell'Arte

Ogni anno una persona legata alla tradizione della Commedia dell'Arte è invitata a scrivere un messaggio speciale in onore della Commedia dell'Arte. Il messaggio è tradotto e letto in occasione degli eventi in tutto il mondo, pubblicato in giornali e presentato alla radio e alla televisione.

Claudia Contin Arlecchino

Claudia Contin Arlecchino

Dedication by Claudia Contin Arlecchino

COSA DIAVOLO E' LA COMMEDIA DELL'ARTE CONTEMPORANEA?


Sono un Arlecchino "ennesimo" del Terzo Millennio. Uno dei tanti che si sono avvicendati in questo complesso "mestiere", per quasi cinquecento anni. Sono stato invitato, oggi, a scrivere una lettera di incoraggiamento e di festeggiamento per tutti i colleghi che, nel mondo intero, ancora si ispirano al fenomeno, senz'altro affascinante e controverso, che va sotto il nome di Commedia dell'Arte.
Mi permetto, in questa sede, di scrivere "Arte" ancora con l'iniziale maiuscola, sebbene le nuove norme internazionali (tipografiche, filologiche, editoriali, etc-etc) abbiano decretato il tranquillizzante obbligo del "minuscolo". E mi permetterò, sempre in questa sede, di utilizzare festosamente un sacco di "maiuscoli" nel citare gli antichi nomi, a mio parere "nobiliari", degli operatori della Commedia: Comici, Giullari, Ciarlatani, Attori, Artisti, Funamboli, Poliedrici Poeti dell'Arte Teatrale della Risata Catartica.
Dopo i grandi predecessori che per 10 anni hanno scritto, in questa sede, i loro messaggi di omaggio alla "storia", oppure alla presunta "tradizione" della Commedia dell'Arte del passato, io mi trovo a dover scrivere qualcosa di convincente sulla presunta Commedia dell'Arte del "presente". Un compito davvero impegnativo… forse ingrato… eppure entusiasmante.

Noi Comici italiani del Terzo Millennio, appartenenti a generazioni sopravvissute alle rivoluzioni culturali degli anni Sessanta e Settanta dello scorso secolo, alla Guerra Fredda (anche culturale) degli anni Ottanta, alla rivoluzione telematica e all'avvento della globalizzazione del Terzo Millennio, al rinnovato colonialismo sociale delle multinazionali americane, ci stiamo ancora interrogando sul senso della trasmissione e della testimonianza, per un futuro che non dimentichi (in anticipo) persino sé stesso.
Noi Giullari sopravvissuti, ultimi nostalgici della intramontabile verve italiana, della gesticolazione espressiva mediterranea, della musicalità poliglotta delle lingue latine e indoeuropee, ci stiamo ancora spremendo per continuare a comunicare con il sempre più ridotto lessico tele-informatico contemporaneo.
Noi, fedeli manovali della sana risata artigianale e professionale, ci siamo formati e abbiamo dato il meglio di noi stessi a cavallo tra il cosiddetto "secolo breve" del Novecento e il tanto acclamato quanto temuto "Terzo Millennio". E siamo abituati al susseguirsi dei cosiddetti momenti di "crisi": infatti, è da quando abbiamo l'uso della "Ragione" che ci sentiamo dire che <<l'arte è morta>>, che <<la letteratura è morta>>, che <<la poesia è morta>> e, soprattutto, che <<il teatro è più morto che mai>>.
Ma noi abbiamo conosciuto (citandone solo alcuni a me particolarmente cari) Carmelo Bene, Ferruccio Soleri, Argia Laurini Carrara, Peppe Barra, Paolo Poli e moltissimi altri mostri d'Arte più vivi che mai, più contemporanei che mai, più fantascientifici che mai. Più immortali che mai nell'autorevolezza della loro graffiante autoironia.
Ci sentiamo ripetere che tutto ciò è stato travolto dall'epoca della riproducibilità tecnica dell'opera d'arte, prima, dall'apoteosi dei mass-media e della comunicazione di massa, poi, dallo sviluppo straboccante della tecnologia informatica, mediatica, digitale e, infine, dal decadimento comunicativo delle chat, dei blog, della cosiddetta realtà virtuale, delle informazioni "liquide" e "volatili" dei nostri Ipad e smartphone.
Eppure, dopo aver attraversato tutte queste veloci "rivoluzioni" dello scibile umano, noi dinosauri obsoleti dell'arte comica veniamo ancora chiamati a testimoniare il persistere di una possibilità di formazione delle intelligenze all'interno dell'arte, della poesia, della letteratura, della storia… noi che, tutto sommato, abbiamo continuato a fare del teatro una professione ancora concreta e tutt'altro che "morta".
Io, per esempio, faccio il mestiere di Arlecchino sin dal 1987 e non mi sono mai considerato troppo "morto" in questi ultimi tre decenni. Però negli ultimi anni mi sono sentito confermare che la Commedia dell'Arte non solo è definitivamente morta, ma persino che <<non è mai esistita>>. Capisco perfettamente le motivazioni e persino le delusioni (storiche le prime e contemporanee le seconde) che spingono diversi valenti intellettuali e artisti a pubblicare continuamente questi annunci funebri senza neppure concedere le "onoranze" che si tributavano un tempo a questo genere di teatro "dipartito".
Mi trovo d'accordo con chi ci ricorda che la dicitura "Commedia dell'Arte" non è presente nel lessico teatrale fino alla fine del Settecento. Essa è un appellativo tardo che diamo noi contemporanei ad un fenomeno polimorfo che facciamo risalire, all'indietro, fino al XVI secolo e talvolta, se si tratta di maschere e professione giullaresca, anche più indietro, fino al Medioevo o alle Atellane o alle commedie grottesche romane e greche. Ma se ci si accanisce troppo sulla mancanza filologica della dicitura, rischiamo di ridurne la forza semantica che essa ha acquisito nella mentalità contemporanea: "Commedia dell'Arte" significa "Commedia di Professione". Dunque significa "Commedia Viva".
Per alcuni serissimi e accaniti filologi, la Commedia dell'Arte sarebbe solamente il nome postumo che si attribuisce ad un "sogno", ad un misterioso "segreto" (di Pulcinella), ad un immaginario, ad una non meglio identificabile "memoria collettiva" o, persino, ad una vaga "ispirazione" cui gli artisti ancora oggi si aggrappano per rinverdire la loro poco riconosciuta professione.
Ebbene sì, noi artisti viviamo di memorie del mestiere, viviamo di intramontabili segreti di Pulcinella, di ancestrali scherzi d'Arlecchino. Ciò non significa, però, che viviamo di "falsità".
Viviamo, piuttosto, di competenze concrete, di un "saper fare" che richiede conoscenza, allenamento, dedizione, studio, profonda esperienza. Viviamo della consapevolezza che dobbiamo saper ascoltare sia i nostri appassionati cultori quanto i nostri coltissimi detrattori e da tutti loro dobbiamo imparare. Viviamo della capacità di approfondire il nostro mestiere, della necessità di <<saperne sempre una più del diavolo>>, una più del professore, una più del critico del momento, una più di un pubblico distratto.
E comunque "viviamo" di tutto ciò! Non ne siamo "morti".
E non sentiamo come "morta" neppure quell'ispirazione, quella storia socio-etnologica, quell'antica cultura popolare che tutt'oggi tiene in vita il senso profondo del fare teatro e del vivere comunicativo dell'essere umano.
Se il mondo contemporaneo ha decretato che la Commedia dell'Arte è morta alla fine del Settecento (momento in cui forse, invece, è stata coniata questa stessa definizione), per noi operatori vivi del teatro significa che è morta la capacità storica e intellettuale di leggere i fenomeni degli ultimi due secoli e mezzo. Ovvero è morta la capacità storica di leggere la contemporaneità.
Mio malgrado mi trovo d'accordo con gli accademici e gli aristocratici del teatro che sono rimasti delusi del fallimento della didattica formativa degli anni Ottanta: avevamo fatto l'impossibile per trasmettere alle nuove generazioni tutte le competenze d'attore che il teatro di ricerca e d'avanguardia aveva recuperato o re-inventato per rinnovare il Teatro Contemporaneo, ma la trasmissione è stata purtroppo bruciata dai tempi isterici degli anni Novanta. Oggi anche noi vecchie cariatidi dell'arte comica, siamo delusi dall'incompetenza ingenua di alcune giovani compagnie che fraintendono folcloristicamente tanto gli antichi archetipi delle maschere (trasformandoli in cliché da turista veneziano usa-e-getta), quanto le raffinate tecniche dell'improvvisazione, trasformando gli antichi canovacci in meri pretesti per animazioni ormai cialtrone e fastidiose persino per i passanti di strada. Però noi coriacei operatori (duri a morire) non abbiamo ancora rinunciato alla nostra "missio" di restauro e recupero delle competenze di queste giovani generazioni. Gli Accademici delusi, invece, sembrano aver ormai rinunciato al recupero sia del vecchio che del nuovo.
Ma la storia continua. A morire, purtroppo, sono solo gli "storici" che ce l'hanno trasmessa e ce l'hanno fatta amare come una madre eternamente viva e presente. E i grandi storici, ahimè, stanno davvero scomparendo. Chissà se sono stati in grado di lasciare un segno vero negli intellettuali di domani: nei giovani universitari di oggi, che non hanno il tempo di "vivere nel loro tempo". Forse… se c'è un funerale da onorare… non è per il fenomeno teatrale in questione, quanto per la società contemporanea che non sa più leggerlo.

Nella decima giornata mondiale della Commedia dell'Arte, non posso che concordare profondamente con il caro giovane amico Antonio Gargiulo, intellettuale e filosofo di ormai rara qualità, con cui siamo giunti alla consapevolezza che la Commedia dell'Arte è un fenomeno "carsico". Carsico è quel fenomeno geologico tipico dei porosi substrati calcarei della Carnia friulana, per ragione del quale interi corsi d'acqua sgorgano improvvisi in superficie dalle profondità dei monti con cascate e rapide rigogliose, poi scompaiono di colpo alla vista degli umani scorrendo sotterraneamente in indecifrabili falde acquifere ricche e vorticose ma sconosciute a chiunque, per poi riapparire in superficie più a valle nei punti delle risorgive, diventano navigabili in pochissimi chilometri e fonte di commerci o fondazioni di città e porti (come l'antica Pordenone = Port de Naonis). Anche la cosiddetta Commedia dell'Arte sarebbe un fenomeno culturale di tipo "carsico": rigogliosa e inarrestabile nei momenti di esuberanza umanistica, sotterranea e apparentemente sepolta nei periodi di sonnolento benessere borghese o di ineluttabile repressione totalitaria, e poi di nuovo improvvisamente esplosiva come un geyser di vapori vulcanici nei momenti di crisi e di necessità di ribellione popolare.

Io che sono un Arlecchino friulano di nascita ed esiliato errante per elezione, non posso che continuare a gettare questo sotterraneo ponte carsico tra le radici acquatiche della cittadina di Pordenone e la grande Napoli sotterranea che, negli ultimi anni, ha dimostrato di saper far riemergere, nella contemporaneità, tutte le fonti della cultura, classica o avanguardistica ch'essa si voglia intendere… e non solo nel campo della Commedia dell'Arte. Che quest'anno Napoli rappresenti la capitale della cultura della Commedia, a mio avviso è una garanzia di serietà, oltre che un onore per tutta l'Italia.

Dieci anni fa Luciano Brogi, ideatore e fondatore del SAT, con il lancio della Giornata Mondiale della Commedia dell'Arte ha cercato di creare connessioni tra tutti gli operatori teatrali che affermavano di riconoscersi in questo "eterno ritorno" della Maschera. Si è trattato, forse di un'Utopia? Un'Utopia oggi non più in grado di stare al passo col ben più astratto "materialismo" della società in crisi?
Ma senza Utopia non esiste la vita stessa. Senza un progetto utopico non esiste futuro per l'umanità.
E dunque da qui, da questo rinnovato rispetto per l'attitudine utopica dei Comici, forse, si potrebbe ripartire per progettare il nuovo. Per non rinunciare a vivere. Per non accettare le indiscriminate altrui dichiarazioni di "morte".

E anche se le dovessimo infine accettarle, queste dichiarazioni di "morte", Arlecchino ha sempre a disposizione il "Piano Zeta" da applicare: saremmo tutti Fantasmi, saremmo gli antichi "Revenants" degli Charivari trecenteschi che tornano a invadere le lande globali de Terzo Millennio. E la Morte sarà sempre più viva che mai al nostro umile e devoto fianco. Parola di Hellequin!

In amorevole fede per il futuro
Claudia Contin Arlecchino
Febbraio 2019

Short Biography

attrice, autrice, artista, nota nel mondo come prima donna ad aver reinterpretato il carattere maschile della figura di Arlecchino, uno dei più intriganti personaggi della Commedia dell'Arte. Con continuità dal 1987 è anche l'unica in Europa a costruire da sé tutte le proprie Maschere e quelle per la propria Compagnia, come avviene ancora solo in Oriente. La sua poliedricità creativa si versa dal teatro all'arte figurativa, dalla dimensione attoriale a quella artigianale, in un rinnovato recupero dell'homo faber nella ricerca artistica contemporanea.